“Cani in posa”: storia d’amore e affinità tra due specie, dalla tela alla pellicola

A LA VENARIA REALE DI TORINO LA PRIMA GRANDE MOSTRA ITALIANA SUL TEMA DEL “CANE NELL’ARTE”, DALL’ANTICHITÀ AD OGGI

 

A Bologna, fino a qualche anno fa, da una finestrella del Palazzo de’ Buoi, nel centro storico della città, si affacciava il muso di un cane, attento a scrutare il portone giù in basso. Era Tago, un esuberante weimaraner che nel 1777 da quella stessa finestra balzò giù per andare incontro all’amato padrone (“padrone”, così si diceva allora) e perse la vita.  Per oltre due secoli una piccola statua di terracotta – ora restaurata e trasferita nel vicino Palazzo d’Accursio – ha ricordato ai passanti quella vicenda, a sottolineare che l’affetto tra umano e cane è così potente da non poter essere spezzato nemmeno dalla morte. Di questo sentimento, che attraversa le epoche e i continenti, abbiamo testimonianze visive innumerevoli, dall’uomo con un cane al guinzaglio, la cui sagoma venne incisa da mani sconosciute almeno 12.000 anni fa sulle rocce di Bhimbetka, nell’India centrale, giù giù fino al Poodle di Jeff Koons o ai bassotti di David Hockney e ai milioni di #dogsofinstagram (ai cani nell’arte contemporanea è dedicato, tra l’altro, un incontro tra il filosofo Mark Alizart e Martin Bethenod, direttore di Palazzo Grassi, in programma a Punta della Dogana per il 12 dicembre).

Avere un amico peloso vuol dire anche desiderare di fissare – poco importa il supporto – quelle sue espressioni particolari che ce lo rendono unico e prezioso. Ne è una prova l’esposizione Cani in posa dall’antichità ad oggi allestita fino al 10 febbraio 2019 alla Reggia di Venaria Reale, vicino a Torino: oltre cento fra dipinti, disegni, fotografie e sculture che confermano come la storia degli umani e quella dei cani sia intrecciata in modo indissolubile. Lo afferma con forza Fulco Ruffo di Calabria, ideatore della mostra, quando nel catalogo scrive che “mettere i cani in posa significa riconoscere il forte legame tra noi e loro. Nei secoli dei secoli”.

Ma i cani posano? Domanda difficile, a cui una possibile risposta – saggiamente elusiva – è stata data dal grande fotografo Elliot Erwitt, di cui sono in mostra a Venaria alcuni scatti, fra cui quello celeberrimo del 1974, con un chihuahua imberrettato accanto agli stivali di un’umana e alle enormi zampe anteriori di un alano: “I cani sono come gli umani, solo con più capelli” (la frase tra l’altro dà il titolo a un’esposizione di Erwitt dedicata proprio alle sue foto “canine”, in corso alla Casa dei Carraresi di Treviso fino al 3 febbraio 2019). Come dire che davanti a un obiettivo o al pennello di un pittore non conta la specie, ma il rapporto che si instaura fra chi ritrae e chi è ritratto.

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Così, percorrendo le sale della Reggia di Venaria, ci ritroviamo a condividere, a distanza di quasi duemila anni, lo sguardo dell’ignoto scultore romano che ha saputo fissare nel marmo con sorprendente precisione la tenerezza di due levrieri mentre si scambiano effusioni amorose, il maschio che mordicchia un orecchio della femmina seduta davanti a lui, in una postura inequivocabilmente seduttiva. Non a caso Marco Iuffrida, ricercatore presso i Musei Vaticani (lo spazio dove è abitualmente esposta l’opera), osserva che “questa scena di assoluta grazia coinvolge nell’intimo il fruitore”, ricordandogli che l’amore accomuna – sia pure in modi diversi – tutti noi animali animati (e chissà, magari anche le piante).

 

Così, piena di amore è la mano che la nobildonna Zenobia Benaglio Marenzi posa sul dorso della cagnolina nera accovacciata sulle sue ginocchia in una splendida tela esposta in mostra e firmata da Paolo Maria Bonomino, pittore bergamasco del Settecento. Il volto della signora è rugoso, il musetto del cane è ingrigito, gli occhi di entrambe appaiono pensierosi: a unirle sono i molti anni trascorsi insieme, un lungo affetto che si traduce in una somiglianza fortissima di postura e di sguardo. A questo ritratto, insieme sensibile e spietato dell’età avanzata, fa da pendant a Venaria un’opera dipinta negli stessi anni dal veneziano Giovanni Battista Piazzetta: qui in scena è una ragazzina, Giulia Lama, che tiene in braccio un cucciolo bianco – e di nuovo chi osserva è colpito dall’affinità dell’espressione, in cui si mescolano l’audacia e la ritrosia dei giovanissimi, a qualsiasi specie appartengano. Già, i cani ci assomigliano e noi, noi umani, assomigliamo ai cani.

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Probabilmente per questo alla mostra di Venaria – accanto a numerose opere che ricordano l’attività che nei secoli, forse più di ogni altra, ha unito cani e umani, la caccia – c’è una sezione dedicata ai fumetti, a quelle creature fantastiche dotate di pelo e di coda, a cui abbiamo dato vita e nelle quali ci piace guardarci allo specchio, possibilmente sorridendo. C’è il piccolo Milou, fido compagno di Tintin, e ci sono i due amici di Topolino, l’umanizzato Pippo e il supercanino Pluto, e naturalmente c’è Snoopy, il beagle capace di cogliere il senso di una barzelletta molto prima del suo umano di riferimento, Charlie Brown.

 

 

Ma davanti ai pallini rossi della Pimpa, alla sua grazia rotonda, è difficile non pensare a quello che Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha scritto nel Gattopardo a proposito del cane Bendicò, un essere “felicemente incomprensibile, incapace di produrre angoscia”: per noi umani, un traguardo pressoché irraggiungibile.