Ma perché andiamo pazzi per le foto dei gattini?

Ma perché andiamo pazzi per le foto dei gattini?

di Fabia Fleri

TOGLIETECI TUTTO, MA NON LE IMMAGINI DEI GATTI. STORIA DI UNA LUNGA OSSESSIONE ICONOGRAFICA, DALL’ANTICO EGITTO FINO A YOUTUBE

In principio era il gatto. Adorato e venerato dagli antichi egizi, si sa, sotto forma di dea Gatta Bastet. In principio. Ma oggi? Abbiamo forse smesso di adorarli e venerarli? È cambiato qualcosa da quando, all’ombra delle piramidi, i gatti avevano diritto di mangiare dal piatto del padrone e venivano agghindati con ori e pietre preziose? No. Il gatto, oggi più che mai, è un’icona di stile, e lo stile, oggi, è tutto.

Choupette, modella birmana bianca che beve solo acqua filtrata ai carboni attivi, è ormai talmente famosa e richiesta che non ha più bisogno del suo padroncino stilista (Karl Lagerfeld) per ottenere contratti con Opel, Shu Uemura, e posare sulla copertina di Vogue con Gisele. Ma se si è gatti si può arrivare in alto anche senza proprietari famosi: Nala, occhioni azzurri, il 3 maggio 2017 ha riscattato il suo passato in gattile vincendo il Guinness dei Primati per essere il gatto con il maggior numero di follower su Instagram al mondo, oltre 3 milioni e mezzo. Una foto di una sua zampina le fa ottenere sempre, come minimo, 50.000 cuoricini (come se tutta Civitavecchia adorasse quella zampina). Lil Bub, invece, ha fatto del suo sguardo sbilenco il suo punto di forza, e ogni giorno 1.8 milioni di persone la seguono in attesa di una sua nuova foto con la lingua di fuori.

Ma perché i gatti ci piacciono così tanto? Se lo chiediamo alla scienza la risposta è la stessa che si usa per i dolci, le droghe, il sesso e il gioco: aumentano i livelli di dopamina nel sangue e ci liberano dallo stress. Se lo chiediamo al Financial Times, la risposta è che “gatti, unicorni e ananas, se si vuole creare un meme virale, sono un buon punto di partenza. Sono familiari per il consumatore”.

Arrivano così i maglioni Gucci, le stampe Miu Miu e il makeup di Paul & Joe con le teste dei gatti. E se su Vogue si afferma che i gatti sono la perfetta rappresentazione di ciò che in tanti percepiscono essere “chic”, Marc Jacobs non esita a proporre t-shirts con gatti dagli occhi che sparano laser fluo. Perché i gatti possono essere chic, oppure kitsch, ma resteranno sempre cool. Chi scrive possiede la maglietta con la stampa di un gattino che surfa su un trancio di pizza. Per dire.

Ma non c’è da vergognarsi, in passato c’è chi si è sottomesso al gatto ed era più illustre di noi. Maometto, per esempio. Per permettere alla sua gatta Muezza di continuare a dormirgli sul vestito, piuttosto di svegliarla per potersi alzare, ha preferito tagliarsi la veste. Tornando agli egizi, il padre di Bastet, Ra, il sole, si faceva chiamare anche Grande Gatto. Ancora oggi esiste un tempio consacrato ai gatti, il Gotokuji, a Tokyo, da dove provengono i Maneki Neko, gatti della fortuna, i souvenir con la zampina alzata che si trovano ovunque.

Da noi il gatto ha spesso rappresentato un elemento di contrasto, anche per simboleggiare il male: nella rappresentazione de L’Ultima Cena del Romanino, il gatto continua tranquillamente a cacciare i topi, mentre ne L’Annunciazione di Lorenzo Lotto è l’unico a non essere affascinato dall’apparizione dell’angelo, ne è anzi infastidito. Sembra considerare l’angelo soltanto un altro sgraziato animale, di quelli che volano perché non sanno semplicemente saltare con leggiadria come fa lui.

I gatti possono diventare un’ossessione. Gottfried Mind, soprannominato il “Raffaello dei gatti” (1768-1814), disegnò praticamente solo gatti per tutta la vita: felini intenti a pulirsi, a giocare o allattare. All’incirca nello stesso periodo, il giapponese Kuniyoshi (1797-1861) coltivava la stessa fissa: i suoi 53 gatti costituivano i soggetti preferiti. Li antropomorfizzava, li dipingeva in modo da formare parole, li introduceva nel teatro kabuki.

Nella guerra tra patiti di cani e patiti di gatti, può forse servire far notare che questi ultimi hanno attraversato qualsiasi corrente artistica. I cani, no. Un cane in una scena erotica sembrerebbe fuori luogo, mentre negli shunga giapponesi o nelle pitture erotiche cinesi gatti giocano e si leccano mentre i padroni si divertono in modi non del tutto dissimili. Ricordiamoci, d’altra parte, che la scandalosa Olympia di Manet era stesa a letto con un gatto accanto. Ma i gatti possono anche essere squisitamente naif: durante la Belle Epoque pubblicizzavano saponi, cioccolata e sale da tè, mentre in Oriente venivano dipinti assorti nei loro pensieri come nel “gatto e farfalla” del cinese Xu Gu.

Nel Novecento i gatti sono ovunque: nel musical Cats, ispirato a testi di T.S. Eliot, nei quadri di Balthus, nello Stregatto della versione Disney di Alice nel Paese delle Meraviglie, ed è difficile trovare uno scrittore o una starlette che non sia stato/a fotografata con un gatto. Gli artisti più in voga ne possiedono decine, come Hemingway con i suoi polidattili o Warhol con la sua ventina di Sam (a cui dedicò libri e quadri in technicolor prima  ancora che a Liz Taylor). Le pubblicità yuppies si riempiono di felini, gli orologi Boucheron, Movado e Rolex sono avvalorati dai loro occhi acuti e dal loro pelo splendente, suggerendo ai lettori la citazione del filosofo Chartier, “due cose al mondo sono esteticamente perfette: l’orologio e il gatto”. Sulla scia di questo motto, Givenchy l’anno scorso ha attaccato per le strade di Milano, Londra e Parigi il cartello “cercasi Purrkins”, gattina nera impreziosita da un collier della maison: chi la “ritrovava” vinceva l’ingresso alla fashion week.

Gatti di classe, aristogatti, gatti di successo: tra i primi forse è doveroso citare GATTO. Diciamocelo, il vero protagonista di Colazione da Tiffany, quello che regala il climax finale al film, è lui. Quando Holly è disperata e completamente zuppa a causa della pioggia, è il miagolio salvifico di Gatto che ci porta all’happy end. Gatto era impersonato, tra l’altro, da Orangey, un tigrato rosso con all’attivo già un Patsy (l’oscar degli animali), guadagnato recitando in Rhubarb, storia di un gatto a capo di una squadra di baseball (1951).

In fotografia, rendere il gatto protagonista assoluto è l’obbiettivo della raccolta di Sacha de Boer, come spiega nell’introduzione a Photocat: “il gatto è l’eroe principale”. Negli scatti vediamo Vasya al sicuro dalle oche che lo infastidivano, l’ombra di Poeskin intento a leccarsi una zampa, ammiriamo l’effetto della neve sulla pelliccia nera di un felino, e ci inteneriamo come cretini per l’intrecciarsi di due code, una bianca e una nera.

De Boer ricorda anche come, durante i giorni di massimo allarme terroristico, la polizia di Bruxelles chiese ai cittadini di non fornire dettagli sulle operazioni di sicurezza: in risposta arrivarono centinaia di tweet con foto di gatti, seguite dall’hashtag #BrusselsLockdown. Perché i gatti sono anche di grande aiuto. Una leggenda giapponese – sì, in Giappone sono proprio fissati – racconta che il grande pittore Cho Densu non trovava più il colore blu per dipingere il suo quadro dell’entrata del Buddha nel Nirvana. Ad aiutarlo fu un gatto, che gli indicò dove si trovava la tinta: il maestro, per ricompensarlo, lo ritrasse nel quadro, considerandolo forse un inviato del Buddha.

 

Nei secoli, i gatti hanno impersonificato sentimenti, forze del bene e del male, e in tempi non troppo lontani assunto atteggiamenti tipici degli esseri umani – si pensi a Garfield, all’ipocrita Bucky della strip comica Get Fuzzy o anche all’eterno frustrato Tom di Tom & Jerry. Oggi però, sempre più apprezziamo e veneriamo il gatto senza bisogno di umanizzarlo. Ce lo dimostrano la fortunata serie di libri di Simon’s cat, Cats are Weird o le nostrane Cronachette di Giacomo Nanni. Protagonisti di queste storie sono gatti in quanto gatti, che fanno la cacca ovunque, rovinano i divani, hanno sempre fame e sono comunque adorabili. E noi sì, li adoriamo. E continuiamo a venerare Maru ogni volta che si infila in una scatola di cartone (regalandogli fino a 23 milioni di visualizzazioni a video sull’account Youtube Mugumogu), andiamo pazzi per Grumpy (all’anagrafe felina Tardar Sauce, gatta americana divenuta internet celebrity e volto del dissenso), e su Instagram staremmo per ore a guardare le foto di Hamilton, Waffles e Snoopybabe. Come si dice, cats are basic human rights.