Animale domestico a chi?

Siamo abituati a considerare il gatto come l’animale domestico più comune, assieme al cane. Ma il gatto è davvero un animale domestico?

Se andiamo a ripercorrere la storia della sua domesticazione ci rendiamo conto che le cose non stanno proprio così! Infatti, la domesticazione nel gatto è un processo ancora relativamente recente, iniziata approssimativamente 3.500 anni fa, non può di fatto dirsi realmente conclusa. Questo perché è come se il gatto si fosse in qualche modo auto-addomesticato, grazie all’instaurarsi di un rapporto di vicinanza dettato da reciproca convenienza e scambio con le comunità agricole. I gatti si sarebbero spontaneamente avvicinati all’uomo quando, grazie all’instaurarsi dell’agricoltura, quest’ultimo avrebbe iniziato ad accumulare e conservare grandi quantità di cereali che inevitabilmente attiravano piccoli roditori, prede elettive del gatto. L’uomo si sarebbe reso immediatamente conto di quanto fossero utili i gatti perché il proprio raccolto non venisse danneggiato e ha semplicemente lasciato che il gatto facesse ciò per cui è specializzato senza interferire: cacciare. Questa dinamica è decisamente differente da quella avvenuta con i cani, il cui processo di domesticazione, invece, non soltanto può dirsi concluso, ma è frutto di un rapporto di effettiva relazione interdipendente con l’uomo, basata sulla collaborazione.

Nel tempo, la vicinanza con gli uomini, ha in qualche modo cambiato alcune caratteristiche del gatto, rendendolo ad esempio capace di instaurare e godere di un rapporto affettivo con membri di altre specie condividendo gli spazi di vita, pur rimanendo intrinsecamente e profondamente un predatore. A partire da questo processo di domesticazione del gatto, per altro costantemente interrotto dalla sterilizzazione da parte dell’uomo (che interferisce con il diffondersi dei geni che prediligono la socialità con l’essere umano), il gatto domestico vero e proprio è invece stato sottoposto a selezione per esaltare e privilegiare quei tratti comportamentali più graditi all’umano e si è dato così il via alla formazione delle varie razze che oggi conosciamo. Il gatto cosiddetto domestico infatti differisce dal gatto selvatico, oltre che per alcune caratteristiche fisiche (il gatto selvatico è più robusto del gatto domestico ed ha zampe più lunghe e cranio più largo), anche per la sua maggiore capacità di formare ricordi ed apprendere tramite ricompense oltre che, come già detto, di godere dell’interazione con l’uomo e altri animali dimostrando una maggiore predisposizione alla socialità.

Nonostante ciò, il gatto domestico resta pur sempre un predatore e questo fa sì che condivida con il suo corrispettivo selvatico molte abitudini e caratteristiche, pur vivendo a stretto contatto con noi. Entrambi infatti dedicano dalle 16 alle 20 ore giornaliere al sonno, sono carnivori obbligati, condividono un grande senso dell’olfatto e l’utilizzo dell’organo vomero nasale per la percezione dei feromoni. Ma non è tutto, sono entrambi predatori crepuscolari che usano pedinare le proprie prede anche a lungo, dedicano molto tempo all’attività di grooming e sanno godere di sessioni di gioco. Nei gatti domestici inoltre il gioco è esibito anche in relazione al cibo: spesso infatti giocano con le proprie prede e le nascondono, riproponendo un comportamento tipico dei gatti selvatici che usano nascondere, seppellire e spostare la propria preda, per poi ritrovarla e consumarla in un secondo momento.

Sia i gatti domestici che i selvatici sono animali fortemente territoriali e marcano il proprio territorio con le stesse modalità, dallo spruzzo di urina alle strofinature facciali, fino alle graffiature. Sono entrambi predatori opportunisti e solitari e condividono la stessa comunicazione olfattiva. A proposito di comunicazione, c’è da dire che entrambi usano vocalizzare, anche se il gatto domestico è portato a farlo maggiormente proprio grazie alla vicinanza con l’uomo e alla necessità di relazionarsi con lui. Sembra infine che anche i gatti selvatici, proprio come i gatti domestici conservino il comportamento dell’impastare e che almeno la metà di entrambe le specie reagiscano in maniera apprezzabile alla Nepeta Cataria. Quindi che dire, pensate ancora che il vostro gatto sia quel dolce e peloso coccolone? Certamente lo è, ma ora sapete che nel suo cuore batte ancora un animo selvatico!

 

Autore: dott.ssa Giorgia Caterini

Consulente relazione e convivenza, mail: info@feeline.it